Il Natale secondo il Pitrè

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(di Vanessa D’Acquisto) Ormai il Natale è alle porte, sappiamo con chi passarlo, il menu da preparare, i regali comprati e impacchettati. Ecco cosa ci racconta Giuseppe Pitrè a riguardo.

Il Natale è la festa della pace e dell’amore e anche chi non è pratico di religione si rallegra all’arrivo di essa. Durante la Novena di Natale, ossia 9 giorni di preghiera, i cantastorie vagano tra le vie della città a cantare le ninnareddi (le cantate natalizie). Se le cantate sono gradite, i cantastorie ricevono come compenso dei soldi o dei dolci natalizi (ad es. il buccellato) e fuori dalle porte viene tracciato un segno con un carboncino. Non mancavano gli scherzi: i bambini, infatti, cancellavano i segni e li mettevano dove non c’era. Potete immaginare le conseguenze: battibecchi tra i cantastorie e gli abitanti, con gli autori degli scherzi poco distanti che se la ridevano.

Immancabile nelle case era il presepe (il pirsèpiu). Veniva preparato con cura e devozione, ricco di personaggi e particolari. Alla fine veniva riprodotto un intero paese e le dimensioni erano talmente grandi che il presepe arrivava ad occupare una o due stanze. A Palermo, di pregevole fattura erano quelli fatti da un certo signor Morvillo presso la chiesa dell’Olivella.

Prima di far la nottata di Natale, la gente usciva di casa a far festa. Chi andava alle funzioni religiose portava con sé qualcosa da sgranocchiare (i ceci abbrustoliti) e da bere. Nelle case, in attesa della grande abbuffata, si giocava a carte. I giochi più diffusi erano (diciamo che lo sono ancora): a minicheddu, a setti e menzu, a belladonna, a trentunu. Ci riferisce un altro storico palermitano, Enrico Onufrio, nella sua Guida pratica di Palermo (1882), che non era insolito incontrare la mattina dopo «facce livide di fatica e di rabbia, delle persone prostrate dalla stanchezza e dal sonno,e che, rimaste in debito di grosse somme di denaro, van cercando il modo di riparare al danno».

Per l’occasione, nelle tavole dei siciliani non mancavano baccalà, pasta caciata, le sfinci; i ricchi si potevano permettere il capituni.

Non mancavano i nucàtuli a Palermo, i mustazzoli a Messina, i cuddureddi a Catania. Ma anche la cutugnata a Noto; la petrafennula  a Modica; Piazza Armerina con il turruni; Borgetto con la pignulata; Cammarata con le paste di vinu cottu; Corleone e i suoi dolci al miele; a Salaparuta i dolci ripieni di fichi secchi.

A Giarre si mangiava la nuzza, tacchina imbottita di riso, uova, cacio soppressata. A Termini, si preparavano le muffulittedda fritti, composti di farina imbottiti di ricotta.

Il giorno dopo Natale, S. Stefano, i nobili palermitani digiunavano e si confessavano, in modo da ricevere una protezione per i duelli, frequenti a quei tempi.

 

 

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