Dalla caponata di Abdal al più ricercato pasticcio dei Monsù

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Il nonno raccontava che un uomo arabo preparava dei piatti magnifici per il nuovo reggente di Palermo, re Ruggero. Era l’anno 1076. Abdal attraversava il mercato della Vucciria, conducendo una lotta silente all’ultimo acquisto con le donne sicule celate da veli a copertura di una bellezza bruna, come il grano di Castelvetrano: “il grano nero”.

Lo sguardo di Abdal si pose sulla bancarella di Pino: il pescivendolo migliore di Palermo e di tutto il mercato e, i suoi occhi notarono il pesce che attirava l’attenzione maggiore, “il re del mare”, ovvero, il pescespada. Successivamente, si accorse che c’erano altri pesci più piccoli come le sardine, con alto valore nutriente.

Pian piano il suo occhio vide oltre quello che viene notato, quando la superficie lascia spazio ad altro… un po’ come la donna che scegli per la vita: la timida bellezza del pesce capone. Lì, si rese conto che, il dono che aveva da omaggiare al suo re, era pronto per essere cucinato in “agrodolce” come solo un uomo del deserto poteva.

Nel momento in cui andò per prenderle il pesce, quest’ultimo sgusciò piano piano e, facendosi sempre più piccolo, andò a raggiungere il vicino mare. Abdal, disperato buttò l’occhio alla vicina bancarella, dove notò un meraviglioso ortaggio vermiglio e splendente: la melanzana. Un po’ come il capone che si era fatto notare in un secondo momento, cosi Abdal, decise di usarlo al posto del pesce e di necessità ne fece virtù.

La ricetta cambiò nei secoli. Le melanzane avrebbero mantenuto la freschezza e sarebbero costate meno denari. La storia della caponata ha origini incerte, la parola stessa ci intende che proviene da Capone (pesce capone) che veniva consumato in agrodolce dagli aristocratici siciliani. Un’altra teoria dice che gli antichi cuochi Monsù nel diciottesimo secolo, usassero la salsa agrodolce per conservare la cacciagione tra cui il cappone.

Nei secoli venne sostituito il pesce capone con le melanzane, più accessibili economicamente per il popolo. Mentre delle tradizioni dei Monsù che operarono l’osmosi tra cucina nobiliare e contadina, non rimane che un tramandare di padre in figlio. A noi piace ricordare la loro ricetta della caponata in crosta, la quale ci riporta ad una Palermo antica e al suo monte che la sovrasta, insieme alla Santuzza “Rosalia”, a protezione dei nostri sogni.

 Pasticcio di caponata

 Il pasticcio di caponata è la versione nobile della caponata palermitana.

Ingredienti

  • 6 o 7 grosse melanzane
  • una tazza di salsa di pomodoro
  • 50 gr di capperi
  • 150 gr di olive snocciolate
  • alcune coste di sedano
  • 3 cucchiai di aceto
  • 3 cucchiai di zucchero
  • olio extravergine di oliva
  • sale e pepe q.b.
  • Due dischi (confezioni) di pasta frolla. Potete prepararla anche voi seguendo una qualsiasi ricetta che trovate sul web.

Tagliate le melanzane a dadini, mettetele a riposare in acqua e sale, scolatele, asciugatele e friggetele in olio abbondante. Preparate quindi la caponata, soffriggendo in padella con poco olio, il sedano tagliato a pezzetti e già precedentemente lessato, le olive snocciolate, i capperi. Aggiungete la salsa di pomodoro e poi l’aceto e lo zucchero per l ‘agrodolce.

Lasciate cuocere a fuoco basso qualche minuto, poi versatene nella padella anche le melanzane, aggiustate di sale e pepe, e fate insaporire nel sugo.

Avrete intanto preparato la pasta frolla, l’avrete spianata in due fogli rotondi e avrete già foderato con una di esse una teglia ben imburrata. Versare la caponata, coprite il pasticcio con la rimanente foglia e passate a forno moderato per circa mezz’ora. Servite il pasticcio appena tiepido o freddo.

Paola Roccoli

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