Grani antichi e agricoltori eroici, presto meno “clandestini”

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Timilìa, Perciasacchi, Russello, Maiorca, Bidì, Biancolilla. Sono solo alcuni nomi di grani antichi siciliani che spopolano sui menù di pizzerie di tendenza o di forni gourmet.

Sono antiche varietà di grano che pochi agricoltori custodi ed eroi hanno deciso di recuperare e coltivare in tremila ettari (forse anche cinquemila secondo il Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura) sparsi un po’ in tutta la Sicilia. Gli stessi che, insieme a valorizzatori, tecnici, ricercatori e appassionati della biodiversità siciliano hanno dato vita all’associazione “Simenza” guidata da Giuseppe Li Rosi, uno dei primi agricoltori custodi dell’Isola. E intorno alla quale un grande movimento di pensiero gastronomico – a cominciare dallo chef Bonetta Dell’Oglio con la sua “rivoluzione in un chicco” – ha generato un interesse e una consapevolezza nuova intorno al grano siciliano (e in particolare a quello duro), alle sue qualità organolettiche, salutistiche e gastronomiche.  Una consapevolezza che si è presto associata alla polemica innescata da molti cerealicoltori quando hanno assistito inermi e indifesi al crollo del prezzo del grano duro.

La polemica ha investito gran parte delle industrie pastarie le quali, denunciano gli agricoltori, “al grano duro italiano e meridionale preferirebbero quello ucraino o canadese carico di glifosate e di micotossine, provocando inevitabilmente il deprezzamento del grano prodotto nel Sud d’Italia dove il clima favorevole non favorisce lo sviluppo dei funghi patogeni e non rende necessario il ricorso all’essiccamento innaturale delle cariossidi”.

Chi coltiva i grani antichi, però sa bene che lo fa quasi da clandestino e il lavoro di valorizzazione dei grani che produce è basato su un valore tanto grande quanto antico (e forse non più di moda): la fiducia, la parola data, che tra gli agricoltori ha ancora un senso e un valore senza prezzo perché in gioco hanno messo la loro faccia, la loro credibilità, la loro reputazione.

Impossibile tracciare la filiera (almeno dal punto di vista documentale) perché per la burocrazia italiana e, soprattutto europea, questi non esistono. E quindi non esistono nemmeno i riproduttori che possano certificare le sementi e così di seguito è impossibile certificare la provenienza dei prodotti semilavorati e finiti e dare certezza ai consumatori.

E mentre infuriano le polemiche sull’assenza di controlli nei porti di attracco e di sbarco delle navi che trasportano i grani che provengono da chissà dove e destinati chissà a chi (i social network ne sono pieni), l’assessore regionale all’Agricoltura ha istituito la “Commissione tecnico scientifica di valutazione delle richieste di iscrizione al Registro nazionale delle sementi – sezione varietà da conservazione” e ha firmato il decreto di nomina dei suoi componenti.

«Scommettiamo su tracciabilità dei prodotti made in Sicily – ha dichiarato l’Assessore Antonello Cracolici – e grazie alla nuova Commissione sarà possibile riattivare i processi di iscrizione e certificazione per le varietà autoctone siciliane, in particolare per la valorizzazione dei grani antichi, e dare alle aziende siciliane la possibilità di commercializzare i grani autoctoni e i prodotti ottenuti dalla loro trasformazione, garantendo il consumatore sulla tracciabilità e le qualità organolettiche».

«La filiera dei grani antichi – continua Cracolici – rappresenta una grande occasione di sviluppo per la nostra agricoltura soprattutto nelle aree marginali interne. Il grano biologico e i prodotti trasformati di qualità certificata, uniti alla straordinaria forza comunicativa del made in Sicily possono intercettare una domanda crescente nel mondo ed aprire nuovi spazi di mercato».

Nel frattempo in Sicilia si lavora alla costruzione di una filiera dei grani antichi, partendo dal patrimonio di varietà conservate presso la Stazione Consorziale Sperimentale di Granicoltura di Caltagirone e dai contributi dei centri di ricerca e del mondo scientifico.

Ma andiamo ai nomi dei componenti la nuova commissione che presieduta dal Dirigente generale Dipartimento Regionale Agricoltura, Gaetano Cimò è formata da: Rosario D’Anna, Dirigente Dipartimento Agricoltura, Claudia Miceli per il Crea, Gaetano Amato, docente esperto in materia di produzione sementiera, Paolo Guarnaccia, docente esperto in materia di agro-biodiversità, Dario Giambalvo, docente esperto in materia di coltivazioni erbacee, Umberto Anastasi, esperto in materia di coltivazioni erbacee, Sebastiano Blangiforti per la Stazione consorziale sperimentale di granicoltura, Giuseppe Russo per il Consorzio di ricerca “Gian Pietro Ballatore” e Sergio Calascibetta, funzionario direttivo Dipartimento regionale Agricoltura.

La Commisione appena insediata dopo l’approvazione del regolamento interno, ha stabilito il percorso per sbloccare l’iter delle domande di certificazione già presentate. Verrà istituita un’apposita sezione telematica dedicata alle richieste di certificazione nel sito del Dipartimento Regionale Agricoltura, dove sarà possibile scaricare il nuovo modello di domanda e collegarsi al link del Sian (Servizio informativo agricolo nazionale) che contiene il registro nazionale delle specie agrarie e ortive. Non appena verranno approvate le iscrizioni al registro, il portale telematico dedicato all’attività della commissione, verrà arricchito con tutti i riferimenti agronomici e territoriali delle nuove  iscrizioni.

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