Pane, panuzza, pani dolci e pani cu l’ova: riti siciliani tra credenze e cucina

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(di Paola Roccoli) È antica usanza siciliana che se un pezzo di pane cade a terra, ci sarà subito qualcuno pronto a raccoglierlo e spesso prima di riporlo, lo si vedrà baciare con deferente omaggio.

Il gesto che lascerà stupito qualsiasi spettatore non avvezzo ai rituali, richiama probabilmente il rito dell’ultima cena e il pane come simbolo della divinità.

Il rispetto per il pane in Sicilia è retaggio di antica fame. Questa ancestrale venerazione infatti ricorda lunghe e dolorose carestie che hanno insegnato a fare tesoro di tutto quanto sia frutto della terra e del proprio lavoro. Si narra che in tempi lontani, Palermo fosse afflitta da una tremenda carestia e che i suoi abitanti stremati dalla fame, rivolgessero le proprie preghiere a Santa Lucia, la giovane siracusana protettrice degli occhi e della vista, perché venisse in loro soccorso. La grazia fu fatta il 13 di maggio del 1646. Quel giorno si vide giungere al porto di Palermo una nave carica di frumento che salvò dalla carestia la città. Vista la grande fame del popolo, non si riuscì a macinare il grano, perché i tempi di attesa sarebbero stati molto lunghi, e quindi si pensò di lessarlo così com’era, a chicchi, per poterlo mangiare subito e sfamare tutta la popolazione. La leggenda viene raccontata anche a Siracusa, dove la Santa è anche Patrona della città, con qualche variante. Fatto sta che tutti i siciliani sono devoti a Santa Lucia, e quando arriva il 13 dicembre, giorno in cui ricorre il suo martirio, si rinnova puntualmente la devozione: specialmente in ambiente popolare, non si consumano pasta e pane, sostituiti da panelle dolci, cuccia dolce a base di grano bollito e ogni pietanza base di riso o di patate. A Palermo si trasforma il grano cotto in quel meraviglioso dolce che è la cuccia, mentre a Trapani viene mescolato al vino cotto, a Siracusa condito con latte, miele o zucchero.

Il pane, ormai considerato indispensabile per accompagnare ogni pietanza, non si butta neanche quando diventa duro. C’è l’antica usanza di trasformarlo in una zuppa di pane cotto, detta anche minestra dei poveri, data la modestia dell’unico elemento di cui si compone. Si prepara mettendo in tegame insieme pane raffermo ed acqua. Appena il pane si è ammollato si versa la zuppa nei piatti e si condisce con olio crudo o con salsa.

C’è pure l’antica preparazione dell’isola di Lipari dove il pane si lascia nel forno caldo, ma già spento, a caliari (ad intostare), e poi si mangia tuffato un attimo in acqua fredda, condito con pomodoro, cipolla, capperi, olio, sale e pepe.

Si utilizza anche grattugiato finemente, per impanare la carne, le verdure, per imbottire i rollo. A Palermo il pangrattato si usa sulla pasta asciutta come da tradizione per la pasta all’anciova, o alla carrettiera, o sullo sfincione, tipico anch’esso del palermitano.

In molti paesi dell’entroterra siciliano, i rituali del pane, si legano a feste del Santo Patrono, o a rituali d’origine ancestrale. Il pane assume insolite forme antropomorfe, oppure di pesci, uccelli, di cavalli. Come per esempio a Villalba (Caltanissetta) per la festa di San Giuseppe, si preparano dei pani addirittura giganteschi, di tre diverse forme: uno simboleggia il Santo, l’altro Gesù bambino, e il terzo lungo anche un metro, il bastone di San Giuseppe falegname. Ad Agrigento, durante la festa di San Calogero, quando il Santo Patrono nero viene portato in processione per la città, vengono lanciati dei pani contro la statua: non con significato di aggressione, ma in gesto di omaggio. E se si è davvero devoti e le pagnotte riescono ad arrivare al fercolo, queste godranno della benedizione, e saranno di buon auspicio a tutti coloro che ne mangeranno. In provincia di Messina il giorno di Pasqua, mentre le campane suonano per annunciare la resurrezione di Cristo, vengono tirate in aria le cuddure (ciambelle di pane con l’uovo dentro). I pani cu l’ova vengono preparati in tutta la Sicilia durante le ricorrenze religiose. I pani delle feste solitamente assumono il carattere di veri e propri dolci. Il loro aspetto è lucido (vengono spennellati con il bianco d’uovo prima di essere infornati) e sono ricoperti di giuggiulena, semi di finocchio e sesamo. Per la festa di San Biagio, protettore dei mali della gola, il 3 febbraio a Militello Rosmarino (Me), a Sutera (Cl) e a Comiso (Rg), dopo la messa vengono distribuiti ai fedeli le cuddureddi di San Biagio, dolci a forma di piccoli nodi che rappresentano la gola. Inoltre a Salemi si preparano i cavadduzzi, pani di diverse forme: di cavallette, cavallucci marini, vari animali e poi mani, braccia e bastoni adorni di fiori, che rappresentano la fertilità.

Questi pani vengono preparati per ricordare l’intercessione del Santi richiesta per fermare l’invasione delle cavallette che distrussero il raccolto delle campagne di Salemi. Per la festa di San Nicola a Militello Val di Catania, si preparano le ciambelline di San Nicola, ricoperte di nocciole non sgusciate. San Nicola di Mira, venerato nella chiesa cattolica-bizantina è il Santo patrono di Contessa Entellina, Mezzojouso e di Palazzo Adriano, dove i fedeli preparano i panuzza, piccoli pani formati da tre accostamenti di pasta con un incavo al centro, che simboleggiano la Trinità e il miracolo di San Nicola: salvò la vita di tre bambini, facendoli ritornare in vita. I panuzza vengono benedetti il giorno  precedente la festa e il 6 dicembre vengono distribuiti nella chiesa di San Nicola. Secondo antiche credenze i panuzza hanno il potere benefico di fermare grosse tempeste: basta buttarne piccoli pezzi davanti le case affinché la tempesta si plachi.

1 commento

  1. mi dispiace contraddire ma a Salemi i pani di San Biagio sono: i Cuddureddi che simboleggiano la gola e i Cavadduzzi che ricordano un miracolo del Santo quando nel 1942 scacciò le cavallette che stavano distruggendo i raccolti. altre forme sono il frutto della fantasia delle donne.

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