Sbergia, la piccola nettarina a polpa bianca tutta da scoprire

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Tra la varietà di frutta che in estate troviamo nei banchi dei mercati va ricordata anche la sbergia. Ormai è diventata un vero proprio “capriccio” di gola e come tale viene venduta a prezzi decisamente elevati.

Conosciuta anche con il nome di pesca nettarina messinese, la sbergia (o smergia) ha il suo habitat naturale nella valle del Niceto, nel territorio compreso tra i paesi di Torregrotta, Monforte San Giorgio e San Pier Niceto, tutti in provincia di Messina. Il periodo di raccolta della sbergia è compreso tra la fine di luglio e i primi di settembre; il suo mercato di vendita è assai ristretto, ciò però non è dovuto solamente al breve periodo di raccolta, ma soprattutto alla facile deperibilità del prodotto.

La coltivazione della sbergia fu introdotta dalla popolazione araba nel 965 con alcune sperimentazioni. Sbergia infatti deriva dall’arabo al-berchiga, che nell’isola, durante la dominazione angioina, mutò nel francese alberges. Notizie più dettagliate sulla coltivazione risalgono invece al XVI secolo e sono presenti nel trattato “De Agricoltura opusculum” di Antonino Venuti.

Di forma tondeggiante, grande poco più di una noce e con una buccia liscia di color verde con qualche striatura che tende al rosso e all’arancione, la sbergia ha una polpa morbida, dolce e succosa. È diuretica, depurativa e disintossicante.

Come tutte le pesche, è fatta principalmente di acqua (quasi il 90%), è ricca di fibre (che regolano l’intestino), di vitamina A, del gruppo B e C, quest’ultima rinforza il sistema immunitario. La presenza di sali minerali, quali potassio, fosforo, magnesio e calcio, aiuta il sistema circolatorio e regola la pressione sanguigna. È presente un alto tasso di flavonoidi che hanno azione antiossidante.

Praticamente senza grassi, la sbergia induce ad un senso di sazietà ed è per questo che è consigliabile consumare nelle diete ipocaloriche.

Vanno però consumate con attenzione dalle persone diabetiche poiché contengono un alto tasso di fruttosio. E proprio come tutte le pesche, prestare attenzione al nocciolo perché contiene al suo interno una sostanza velenosa per l’uomo.