Curatolo e Arini, una storia di armonie e intese tra Marsala e monovarietali

87
Curatolo e Arini

La vendemmia 2020 di Curatolo e Arini promette bene. I mosti dei bianchi – Grillo e Catarratto – in questi giorni hanno ultimato la fermentazione alcolica e già possiedono in nuce le caratteristiche che l’enologo ricerca nelle uve raccolte in collina: freschezza e sapidità che cerca di mantenere intatte adottando la tecnica dell’iper-riduzione. 

A 500 metri di altezza, in Agro di Vita al confine con il bosco della Baronia, la buona ventilazione e l’altitudine hanno permesso mitigare gli effetti delle alte temperature delle ore più calde (tra le 11 e le 16); l’escursione termica marcata tra giorno (40°C) e notte (25°C) ha fatto bene ai grappoli di contrada Chirchiaro, facendo arrivare alla giusta maturazione e in perfetto stato sanitario le uve da vinificare nello stabilimento Curatolo Arini che è oggi l’azienda produttrice di Marsala più antica e gestita dai discendenti dell’illuminato imprenditore capostipite Vito Curatolo a cui è intitolata la via che conduce alla cantina.

Catarratto e Grillo prodotti in collina non servono a fare il tanto apprezzato Marsala. Per quello vengono utilizzate le uve prodotte in pianura a livello del mare. Con le uve di alta collina l’affiatato staff familiare della quinta generazione dei Curatolo (Arini era il cognome della moglie dell’avo Vito che fondò l’azienda nel 1875) produce vini da tavola importanti tra cui un Grillo che, benché datato 2015, potrebbe ancora per qualche anno protrarre il suo riposo in bottiglia.

La produzione di monovitigni da tavola a Doc (Grillo e Nero d’Avola) o Igt (Catarratto, Syrah, Zibibbo) comincia all’inizio degli anni ’90 grazie alla collaborazione con Alberto Antonini, enologo di fama internazionale, sotto la cui egida nasce la linea dei “Monovarietali”, emblematica per la caratterizzazione e l’espressività territoriale dei vitigni autoctoni siciliani. Ad affiancare Antonini poco più avanti sarà l’enologo “casalingo” Antonino Reina, a cui si deve la tecnica della iper-riduzione, seguendo la quale le uve sin dalla raccolta vengono lavorate in totale assenza di ossigeno e a temperatura controllata. «Questa pratica – spiega l’enologo Reina – consente di preservare gli aromi varietali, in special modo di Zibibbo e Grillo che com’è noto ne sono più ricchi. Per i rossi, invece, la tecnica di vinificazione prevede la macerazione parziale in cui circa il 30 per cento della massa resta a contatto con le bucce a 5°C. Così si ottengono prodotti più ricchi in complessità, specialmente in aromi fruttati e speziati, oltre che in persistenza e intensità aromatica».

Curatolo e Arini

La storia della famiglia è da circa un secolo e mezzo un intreccio di armonie, costellate da coraggio e lungimiranza, in piena sintonia con la concezione del fondatore Vito. Armonie non solo tra le diverse generazioni, ma anche con il territorio e soprattutto con gli uomini che con abnegazione e devozione al duro lavoro, hanno permesso la storia più che secolare di questa azienda emblematica di Marsala.

Curatolo e Arini
da sinistra: Riccardo col papà Roberto e Sergio con la figlia Alexandra

Un’azienda simbolo che però si discosta molto dallo stereotipo delle cantine siciliane (private e/o a conduzione sociale). Già alla fine dell’800 il commercio dei vini – in prevalenza Marsala – era orientato all’estero: Europa e Americhe, in particolar modo Argentina e Panama. Ancora oggi l’azienda ha un prezioso filo rosso con l’estero. I vini Curatolo Arini, infatti, raggiungono i quattro angoli del mondo e sono conosciuti grazie ad un export che tocca il 90% di una produzione di circa 2 milioni di bottiglie, di cui il 50% rappresentato da vino Marsala. In particolare i paesi tradizionali, Usa ed Europa, e orientali, come Cina, mercato importante ed in ascesa, e Giappone, la cui cucina si accompagna molto volentieri a calici del vino fortificato siciliano che porta ancora le etichette originali commissionate allo studio del più grande esponente del Art Nouveau in Sicilia: l’architetto Ernesto Basile.

All’estero, a partire dagli anni ’70, ha spopolato il loro “Tonino”: un vino fresco, giovane, poco alcolico, perfetto ed ideale per un consumo non impegnativo. Il vino – se così un italiano pensa di poterlo chiamare – figlio dell’intesa col gruppo canadese Seagram e prodotto sotto la direzione enologica del Davis Wine Institute della California, è stato prodotto interamente per il mercato estero.

Ogni nuova generazione ha sempre contribuito a scrivere una nuova pagina di libro della storia dell’azienda, proseguendo a dar vita, così, alle visioni lungimiranti del capostipite Vito Curatolo

Oggi sono Roberto, nipote di Vito, e Sergio, suo pronipote, a portare avanti il sogno dell’avo Vito. Negli ultimi tempi è subentrata la collaborazione dei rispettivi figli, Riccardo ed Alexandra. Anche loro lavorano pensando all’armonia trovando sempre l’intesa. Quella buona, sana e produttiva.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui